Per non Dimenticare

1994: Il Genocidio in Ruanda nell’indifferenza generale

1994: Il Genocidio in Ruanda nell’indifferenza generale

Era il 1994 e la comunità internazionale voltava la testa ignorando ciò che in Ruanda accadeva.

Molti di noi ricorderanno le immagini del film Hotel Rwanda. Da allora saltuariamente i miei pensieri vanno alle centinaia di migliaia di persone che persero la vita perché brutalmente trucidate dai loro stessi simili. Alle vittime (stimate tra gli 800.000 ed il milione di essere umani) vanno aggiunte le vittime degli stupri di guerra: i rapporti stimano tra le 250.000 ed le 500.000 le donne seviziate e stuprate. Numeri di per sé già mostruosi e che diventano assurdamente inconcepibili se si pensa che tutto questo non è avvenuto nel corso di decine di anni ma di soli 100 giorni.

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Il Genocidio del Ruanda è forse il genocidio più efferato dopo la seconda guerra mondiale, vale a dire dopo che l’Europa ha scacciato i demoni del fanatismo razzista. Un fanatismo che evidentemente ha trovato terreno fertile in territorio Africano dove, complice o addirittura regista la nomenklatura ex colonialista, nel secondo dopoguerra si è perpetrato di tutto.

Se si considerano le “tensioni” del ’63, del ’73 e del post-genocidio, è possibile che le vittime salgano a quasi 2 milioni.

Non esistono parole sufficientemente appropriate né sufficientemente pesanti per condannare l’ONU e la comunità internazionale tutta che, per l’ennesima volta, ha posto la propria firma su di una pagina penosa e meschina.

La speranza, a mio avviso vana, è che tutte queste morti siano servite a qualcosa ma, temo, come sempre saranno servite ad ingrassare i soliti noti, potenze ex-colonialiste in primis.

Ripercorriamo insieme il genocidio del Ruanda, per non dimenticare e per tributare il giusto rispetto a chi si svegliava la mattina sperando di poter arrivare vivo alla sera.

 Premesse storiche

Il Ruanda (in francese e inglese Rwanda), con capitale Kigali, è uno stato dell’Africa Orientale confinante con la Repubblica Democratica del Congo, l’Uganda, la Tanzania, ed il Burundi. Parliamo quindi di una zona dell’Africa particolarmente povera ed arretrata nonostante la grande abbondanza di materie prime pregiate, abitata sin dal primo millennio d.C. dal popolo Twa, un’etnia di cacciatori e raccoglitori. In seguito fu la popolazione bantu degli Hutu ad insediarsi nel territorio.

Nel XIV secolo apparvero i Tutsi, allevatori di bestiame, che presto assoggettarono la popolazione Hutu, ripartendo il territorio in piccoli stati organizzati in maniera piramidale con un re al vertice ed il clan Nyughinya si espanse negli anni successivi.

Dal 1884 al 1919 fu colonia Tedesca (Africa Orientale Tedesca) e successivamente la Società delle Nazioni affidò il territorio al Belgio in amministrazione fiduciaria.

È solo nel 1962 che il Ruanda, sotto la presidenza di Grégoire Kaybanda, conosce l’agognata indipendenza e diventa una repubblica.

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Juvénal Habyarimana

Nel 1963 i Tutsi, che si erano trasferiti nel Burundi durante la colonizzazione, rientrano in Ruanda con il chiaro intento di riprendere il potere ma, nonostante le stragi, non ci riuscirono ed iniziò un periodo di grandi tensioni tra Hutu e Tutsi che culminerà al colpo di stato del 1975 quando il generale Hutu Juvenal Habyarimana assunse la presidenza che porterà alla nuova costituzione del 1978.

Alla base del genocidio

Le tre tribù del Ruanda, Hutu, Tutsi e Twa, per secoli convissero condividendo la stessa cultura, la stessa religione e la stessa lingua, senza problema apparente alcuno o comunque senza che vengano riportati episodi degni di nota. Le tre etnie hanno caratteristiche fisiche decisamente marcate. I Twa, la minoranza, è caratterizzata dalla bassa statura (pigmei), gli Hutu, la maggioranza (circa l’85%) era di media statura mentre i Tutsi (watussi), la seconda minoranza, sono di statura alta e con fattezze più delicate.

In merito a queste differenze “razziali” sono ancora in corso disquisizioni di vario tipo: c’è chi vede razze differenti e chi invece vede semplicemente l’adeguarsi della struttura fisica alle condizioni ambientali, quindi una sola razza che si è adattata ai luoghi in cui viveva.

Sta di fatto che prima della colonizzazione queste etnie, per quanto fisicamente distinguibili, erano organizzate in caste non per motivi razziali ma per motivi sociali: in prevalenza gli Hutu erano agricoltori mentre i Tutsi erano allevatori e i Twa erano cacciatori e conciatori. Essendo i Tutsi più ricchi erano coloro che stavano in cima alla piramide sociale, una piramide comunque non priva di ascensori che attraversi i matrimoni misti consentivano di passare da una casta all’altra.

È la dominazione belga che introduce il concetto di razze, basandosi esclusivamente sull’osservazione dell’aspetto fisico e, considerando questi gruppi etnici come razze diverse, sterilizzarono di fatto la possibilità di contrarre matrimonio tra gruppi diversi, alimentando, o meglio creando, le tensioni tra i gruppi che presero a credere di appartenere a razze diverse, così come dichiarato sulle loro carte di identità per volere dei Belgi.

Gli Hutu poterono contare sull’appoggio dei Belgi durante le rivolte pre-indipendenza ed avviarono la persecuzione Tutsi costringendo molti di loro all’esilio.

Il genocidio

L’idea comune ai tempi del genocidio era che le etnie si facessero la guerra da tempi remoti. In realtà, come abbiamo visto, il genocidio non è che l’apice di una persecuzione iniziata grazie ai colonizzatori belgi “investiti” dalla Società delle Nazioni del compito di amministratori fiduciari del territorio (non è il caso ora di disquisire in merito a queste “investiture”).

Ufficialmente tutto inizia il 6 aprile 1994 con l’abbattimento dell’aereo presidenziale con a bordo il presidente Juvenal Habyarimana ed il suo collega del Burundi Cyprien Ntarymira. Rientravano entrambe da un colloquio di pace.

Ancora oggi non si sa chi abbia lanciato il missile che ha abbattuto l’aereo presidenziale. Tanto le frange estremiste del partito presidenziale (preoccupati del nuovo ruolo che veniva attribuito ai Tutsi con l’accordo di Arusha del ’93, tanto il Fronte Patriottico Ruandese (prevalentemente composto dagli esiliati Tutsi che invece temevano un ruolo marginale di sola facciata) sono degli ottimi candidati. Si fece anche l’ipotesi, tale rimasta, di un coinvolgimento della moglie del presidente miracolosamente scampata all’attento in quanto scelse un diverso mezzo per il rientro in patria. Ed è proprio tra il 6 ed il 7 aprile del 1994 che le Forze Armate Ruandesi, con il pretesto di una vendetta e con il supporto della Guardia Presidenziale, dei gruppi paramilitari Interahamwe e Impuzamugambi e dell’esercito governativo, avviano il triste massacro di Tutsi e di Hutu moderati.

Un massacro portato avanti per 100 giorni: 8000 mila morti al giorno, 333 l’ora, 5 ogni minuto.

Ciò nonostante, nel luglio 1994, sono le forze dell’RPF (Tutsi) che vincono lo scontro con le forze governative ed andando al potere, l’RPF attuò la rappresaglia al genocidio causando la fuga di circa 1 milione di Hutu nei paesi confinanti.

Tutto ciò altro non è che la sommaria cronologia così come riportata da tanti siti.

La verità però è che il genocidio era stato accuratamente preparato e l’incidente all’aereo presidenziale è stato solo un pretesto.

Il genocidio programmato

I 30.000 miliziani ruandesi vennero “organizzato in un lampo” con rappresentanti in ogni quartiere e alcuni membri della milizia poterono acquisire ufficialmente i fucili AK47 semplicemente compilando un modulo di richiesta. Altre armi, come ad esempio le granate, furono distribuite alla milizia senza formalità.

enocidio-ruanda-fosse-comuniL’arma più diffusa era tuttavia il machete: anche dopo l’accordo di Arusha dell’anno precedente, uomini d’affari vicini al presidente, importarono dalla Cina l’impressionante numero di 581.000 machete in quanto più economici delle pistole e utili agli Hutu per sterminare i Tutsi.

Jean Kambanda, nelle testimonianze rese al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, dichiarò che il genocidio fu oggetto di discussione all’interno del governo “…uno dei ministri del governo disse che era personalmente in favore di sbarazzarsi di tutti i Tutsi; senza i Tutsi, disse il ministro, tutti i problemi del Ruanda sarebbero risolti”.

L’Attentato al presidente fu solo il classico “la”. In realtà tutto era stato preparato con metodo già da tempo: dagli elenchi di chi andava eliminato, ai magazzini stracarichi di armi acquistati pare grazie al finanziamento di una banca francese. Agli elenchi si accompagnavano le carte di identità che, come previsto dai Belgi nel 1933, specificavano l’etnia e decretavano chi potesse vivere e chi dovesse morire.

Un certa influenza che portò alla pianificazione della “soluzione finale” sembra sia ad opera degli Hutu, circa 300.00, che nel 1993 entrarono in Ruanda dal Burundi. C’è da rilevare infatti che tutta la regione dei laghi, a partire dall’ignobile colonizzazione Tedesca e Belga, diventa un epicentro di conflitti tra Tutsi e Hutu un po’ in tutti gli stati. Le due etnie, a seconda delle sorti di questi conflitti, si sono spesso trovate nella situazione di emigrare in stati confinanti per ricostituirsi.

L’avvio delle ostilità arrivò dall’unica radio non sabotata, la “Radio delle mille collineche invitava a seviziare e uccidere gli scarafaggi Tutsi e furono spinti ad agire e partecipare al genocidio tutti gli Hutu indistintamente, chi non avesse partecipato sarebbe stato considerato un nemico e schiacciato come i Tutsi. La canzone Iye tubatsembatsembe (che dice “sterminiamoli, sterminiamoli”) veniva trasmessa a ciclo continuo. Il cantante Simon Bikindi incitò alla violenza contro i Tutsi durante un concerto.

Fu così che tranquilli insegnanti Hutu si misero in caccia dei propri colleghi Tutsi. Che esemplari vicini di casa Hutu si presentavano a casa dei loro amici Tutsi armati ci machete per sterminare intere famiglie: nessuno veniva risparmiato e per tutti i 100 giorni l’italo-belga George Ruggiu dal microfono di La Radio delle Mille Colline continuava a battere il ritmo, sciorinando elenchi di nomi Tutsi per avvertirli della morte imminente, invitandoli ad uscire dalle loro tane per recarsi ai posti di blocco per farsi ammazzare. Ruggiu dichiaratosi colpevole e pentito, è stato condannato a 12 anni di carcere da scontarsi in Italia.

Si calcola che oltre 250.00 donne furono stuprate e seviziate in successione da molti uomini prima di essere uccise e massacrate a colpi di machete, lance, coltelli e mazze chiodate. Molto spesso erano stupri in pubblico, accompagnati da torture di ogni genere per aumentare il livello del terrore. Ma non tutte le donne abusate venivano uccise al momento… l’AIDS diffuso avrebbe provveduto in seguito sterminando il 70% delle donne stuprate e non uccise.

Non importava se le donne era giovani o vecchie.. al limite si usava il machete per violentare le meno avvenenti. E poco importava se erano in gravidanza… ci si liberava di madre e bambino in un colpo solo, di pistola, mitra o machete.

Pauline Nyiramasuhuko detiene il record di prima donna condannata per crimini contro l’umanità con ben 11 capi di imputazione. Pauline era ministro della Famiglia e delle Pari Opportunità e verrà per sempre ricordata come istigatrice degli stupri di massa. Molte le testimonianze in tal senso.

Lo stupro era parte della strategia tant’è che Nel 1998, il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda prese la marcata decisione che lo stupro di guerra durante il genocidio del Ruanda fosse un elemento del crimine di genocidio. L’Aula di Tribunale affermò che “l’aggressione sessuale era parte integrale del processo di distruzione del gruppo etnico Tutsi e che lo stupro era sistematico e perpetrato solo contro le donne Tutsi, manifestando così lo specifico intento richiesto da queste azioni per costituire un genocidio.

Violenze sessuali contro ragazze e donne includevano: stupri, stupri di gruppo, schiavismo sessuale (collettivamente o individualmente, con i “matrimoni forzati”), stupri con oggetti, come bastoni e armi, i quali spesso portavano alla morte della vittima, mutilazioni sessuali in particolare di seni, vagine o natiche spesso durante o dopo lo stupro. Le donne incinte non erano salve dalle violenze sessuali e in molte occasioni le vittime venivano uccise dopo gli stupri.

Persino un prete Hutu, padre Seromba, è stato condannato all’ergastolo per aver preso parte al genocidio attirando all’interno della sua parrocchia a Nyange almeno 1500 Tutsi, assicurando loro che le bande Hutu non avrebbero profanato la chiesa che invece venne chiusa a chiave dallo stesso prete. I Tutsi all’interno vennero massacrati a colpi di mitragliatore e granate lanciate dalle finestre mentre un bulldozer, su ordine del prete, abbatteva la chiesa. Gli atti processuali e le testimonianze rivelano che senza l’assenso del prete nessuno si sarebbe arrogato l’autorità morale di questo massacro nel massacro. Questo episodio fu fonte di grave imbarazzo per il Vaticano: Seromba fuggì infatti in Italia e col nome di Anastasio Sumbabura continuò ad officiare messa. Il procuratore Carla del Ponte, all’epoca all’ONU, esercitò invano non poche pressioni sul Vaticano per ottenere l’estradizione. Seromba alla fine si costituì professandosi innocente.

L’eccidio termina ufficialmente per merito dell’operazione Turquoise dei Francesi sotto bandiera ONU.

L’ONU e la Comunità Internazionale

L’8 novembre 1994 è stato istituito dall’Onu il Tribunale internazionale per il Ruanda che ha sinora colpito alcuni responsabili. Tra questi sono finiti sotto processo tre responsabili di giornali, radio, Tv, ormai noti come i Media dell’odio. Anche la Francia non esce in maniera esemplare da questa vicenda: ci sono francesi tra gli addestratori degli squadroni della morte e il Paese transalpino non ha lesinato ingenti forniture di armi al governo razzista dell’Hutu Power.

Ma prima di arrivare all’istituzione del Tribunale Internazionale?

genocidio-ruanda-campo-profughiSi mormora che la rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Sud Sudan, la norvegese Hilda Johnson paga l’esorbitante cifra di 30.000 usd/mese di affitto per la sua residenza privata a Juba e l’affitto lo incassa uno sudsudanesi.

Se si parte da questa constatazione si può comprendere con una certa facilità che la comunità internazionale, rappresentata innanzitutto dall’ONU ma costituita da un caravanserraglio di ONG e funzionari, di fatto non sia interessata alla soluzione dei problemi quanto all’alimentazione degli stessi perché solo così può mantenere i suoi non indifferenti privilegi.

Se si ragiona in quest’ottica è più facile comprendere quanto segue:

  • Nel 1994 il Segretario Generale dell’Onu era Boutros Gali che in precedenza, in veste di ministro degli Esteri egiziano, permise che la Francia rifornisse di armi gli Hutu attraverso l’Egitto. Armi poi usate nel genocidio. Armi per un controvalore di circa 26 milioni di dollari. Più che sufficienti per 10 genocidi.
  • Nel gennaio 1994 Kofi Annan, capo del dipartimento di peacekeeping, vietò al generale Canadese Dallaire di portare avanti quelle azioni che avrebbero potuto impedire il genocidio. Ed è a lui, divenuto nel ’97 segretario generale dell’Onu ed insignito nel 2001 del Nobel per la pace, che va attribuita gran parte delle decisioni che hanno impedito azioni di tipo preventivo nonostante i documentati avvertimenti del generale Dellaire.
  • Il 21.4.1994, a genocidio in corso, genocidio che ricordiamolo mieteva 8.000 vittime al giorno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riduceva drasticamente gli effettivi ONU in Ruanda. Atto questo che rappresentò di fatto l’avvallo delle comunità internazionale allo sterminio in corso.
  • Solo a maggio, con la risoluzione 918, si vota per un rafforzamento dell’UNAMIR che però è sabotata, guarda caso, dal ritiro dei militari belgi, quegli stessi belgi che istituirono le carte di identità etniche e che misero gli Hutu al potere.
  • È la Francia che, il 22 giugno 1994, in forza della risoluzione 929, avvia l’operazione Turquoise per l’apertura di corridori umanitari ma non ad agire come forza in campo per sedare il “conflitto” in corso. Ex ufficiali francesi dichiareranno poi che le intenzioni erano quelle di rimettere al potere il governo legittimo sostenuto dall’Eliseo fronteggiando i ribelli Tutsi. Ed in effetti una delle prime azioni della Francia fu quella di portare in salvo Agathe Kanziga-Habyarimana, moglie dell’ucciso presidente, sottraendola di fatto ancora oggi qualsiasi processo nei suoi confronti. Sempre delatori francesi riveleranno che il materiale bellico sequestrato ai ribelli rimaneva di fatto abbandonato a disposizione dei perpetranti il genocidio: un vero e proprio rifornimento continuativo di armi da parte del Governo Francese alle forze governative ruandesi.

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